Francesca Matteoni: mi cresce dentro il nudo dei tramonti

CORALE DEL SANGUE E DEL FUOCO

 

I

 

Nel cielo si flettono masse muscolari

corpi glabri di acetilene, nuvole schermate a coprire

come ci copre il sonno dopo il dolore

ci alimenta di campi sotto cavi d’acciaio

uova pregne d’alcol per il fuoco, fini polveri stellari.

 

Il nome proiettato nell’aria è sospeso più a lungo

e i cani tendono le orecchie per il rumore

lontano dai punti luminosi di pianto.

 

Se c’era il tuo dolore era nell’acqua

passata con un panno sulle gambe infettate –

volevo rimuovere l’involucro

la pressione gelida per conservare gli organi

il sangue bilioso, verde di liquame.

 

Poi più di tutto volevo amare e finalmente vista

le mani serene sulla carta scritta –

ma solo i morti abissali nei vasi

mangiavano il cuoio sull’osso occipitale

mi tenevano la bocca nei detriti.

 

Ero il fondale opaco da dove aggallano le scorie.

 

II

 

La sete più grande è l’altro –

lo trovi disunendo le parole. Ti armeggiano

nel sesso rasato raschiando

sul lattice dei guanti cellule innocue, molli

placche di materia.

Il coniglio pulito dalla pelle, reticolo di biglie e d’intestini.

 

Il fegato è un nocciolo schiacciato.

 

Se lo toccavo imprimevo la colpa –

sul mucchio delle fasce si espandevano gerani

e un odore  di varechina fino agli aghi –

troppo poco sporchi per avere pietà.

 

Le ombre svettavano fibrose sulle scelte –

il passo di mia madre, il suo cappotto.

 

 

 

III

 

I primi mesi dividono l’interno dall’esterno.

Filamenti, fogli di tessuto sfollano la carne

globi pulsanti, semiliquidi – ninfee.

 

Il tempo è niente se non separazione –

scrosciano elementari i volti, stinti

nella stoppa della terra

o in crepacci di cenere asciutti

– le croste volatili dei segni.

Ma restare è pesante – misurarti morto negli alberi

abbracciarli, consuma le difese in una solitudine.

 

Sbagliavo tutte le frasi in suoni irresoluti

paralizzandomi – l’amore

era un sisma interrato, fluviale nelle arterie.

 

Discendevo assordandomi nel mondo, senza zanne.

 

I paesi nei versi, le assenze premature

sono enormi campisanti, persone artificiali.

Si sollevano come da pietraie i colori silicei, incandescenti.

Tubolari di plastica di fiori.

 

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Published in: on December 1, 2008 at 4:57 pm  Comments (1)  
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