Abbiamo preso decine di volte le scale
Abbiamo preso decine di volte le scale
mobili del centro commerciale, senza credere
o sentire necessario tenerci a vicenda la mano; abbiamo
contratto le palpebre (temevi la vertigine, o forse
l’ebbrezza di un’ascesa materiale) e ci siamo fatti
alla fine trascinare. E io non so quell’infinito macchinare
dove porti, se sia opportuna allora la memoria, lo sbalzo
umorale che a sé trascina ogni percorso e alla fine l’appiattirsi
dei gradini, l’invisibile ritorno fin quando è accesa la corrente.
Noi di certo non passiamo invano: se non altro permaniamo
nel tape-recording della videosorveglianza.
Te ne vai, al primo piano, a rinchiudere te stessa nello zero
di un valore scontato metà prezzo (poco importa
se un cappotto con lo spacco per spiarti
le ginocchia così magre, che nascondi
come il grembo del tuo fascino – oh gesù.
Ti sacrificano gli occhi a questi dèi che bramano
raccogliere di te quanto rimane impenetrabile);
eppure il trucco lo conosci, la favola che fa
novantanove centesimi, uno in resto per la colpa
e mi sorridi e dici vedi caro che non è come dici
che al centro commerciale abita lo zero di noi stessi:
[...] Simone Lago [...]
[...] Simone Lago [...]